Lo Spielberg dell’Irpinia
Alle origini fu un castello, fondato dai Longobardi, posto a presidio delle strade che conducevano a Benevento.
Alle origini fu un castello, fondato dai Longobardi, posto a presidio delle strade che conducevano a Benevento. Ospitò i Pontefici Callisto II ed Onorio II (nel 1137) ed i re normanni Tancredi, figlio di Ruggiero I, e Ruggiero II, il re Ferdinando il Cattolico, il re Ferdinando d’Aragona, nonché Ferdinando II di Borbone. Inoltre, nel castello vennero celebrate le nozze tra Ruggiero il normanno e Sibilla.
E’ possibile che in età longobardo-normanna il Castello avesse una forma molto più fortificata e inglobasse la chiesa Palatina di S. Giovanni del Vaglio e il monastero di Santa Caterina da Siena, occupando tutta l’area dell’attuale piazza Castello. Il Vaglio, col passare del tempo, non fu più un cortile ma una piazza. Mentre il castello diventò sede del Tribunale della Provincia di Principato, per volere degli Aragonesi.
Il carcere fu utilizzato prima come prigione provinciale, poi chiuso e ancora riaperto in epoca risorgimentale, su Decreto Reale di Ferdinando II, nel 1851. L’ordine regio era d’istituire a Montefusco un nuovo bagno penale di prima classe, destinato esclusivamente ai rei di Stato.
Il decreto trovò la più fedele e tempestiva attuazione, anche se va detto che quello della “Regia Udienza di Montefusco” era già ritenuto uno dei carceri più duri del Regno. Allocato com’era nei sotterranei del castello, con ambienti malsani e bui, così che il regime duro era garantito dall’umidità degli androni ricavati nella roccia e dalle punizioni esemplari inferte ai malcapitati “galeotti”. E molto spesso nei registri dei decessi delle parrocchie locali,poteva leggersi la rituale annotazione “morto nel regio carcere”.
Comunque, dopo le disposizioni del re Ferdinando II, il carcere mostrò sicuramente le caratteristiche di un regime assai più duro. Gli uomini che finirono in quel carcere dovettero veramente patire sofferenze inusitate e subire torture atroci, tali che il carcere fu soprannominato lo “Spielberg dell’Irpinia”, mutuando il nome del carcere austriaco di Brno, in cui finì Silvio Pellico.
Le storie spaventose dei maltrattamenti inferti i prigionieri e la cattiva fama delle prigioni di Montefusco trovarono anche la più grande eco popolare, che ne fece un proverbio dei più conosciuti: “chi trase a Montefusco e po’ se n’esce pò dì che nata vota nterra nasce”. Che significa: chi entra a Montefusco e poi ne esce può dire che sulla Terra un’altra volta nasce.
Molti furono i patrioti che finirono in quella prigione borbonica. Fra i più celebri sono annoverati i patrioti napoletani Poerio, Nisco, Castromediano e Pironti.
Il loro ricordo viene eternato dalle numerose lapidi marmoree che ne ricordano ai posteri il martirio e, implicitamente, ammonisce a non smarrire mai la via della libertà.
Per la cronaca, il carcere fu utilizzato fino al 1877 e poi divenne carcere mandamentale, fino al 1923. Per una strana ironia della storia, quel luogo dove i nostri patrioti patirono le più atroci sofferenze per essersi ribellati all’oppressione borbonica e dove hanno anche lasciato le testimonianze scritte più crude e dolorose, dal 1928 è un monumento nazionale: è il luogo burocratico che ospita gli uffici comunali e, nello stesso tempo, anche il luogo più suggestivo e dove si organizzano mostre, convegni ed altri eventi culturali.
Per raggiungere Montefusco è necessario percorrere l’A16 Napoli-Bari, uscire al casello di Avellino Est e proseguire per la SS7. La distanza da Napoli è di 66 km.
Ultimo aggiornamento
28 Gennaio 2022, 16:04
Comunità Montana Partenio – Vallo di Lauro